I Manetti Bros: una casa come un set, tutta da raccontare

L'abitazione di famiglia dei Manetti Bros è stata fucina d'ispirazione nella formazione dei due registi e oggi è ancora centrale nelle loro vite

Una casa affascinante e tutta da raccontare.
E' l'abitazione che ha fatto da palcoscenico (e vedremo proprio come in questa storia il termine calzi a pennello) alla gioventù dei Manetti Bros, al secolo Marco e Antonio Manetti, registi, sceneggiatori, produttori cinematografici, quest'anno vincitori del David di Donatello come miglior film con "Ammore e Malavita", nonché registi della fortunata serie televisiva "L'ispettore Coliandro", fiction nata dalla penna dello scrittore Carlo Lucarelli.
"Abbiamo scelto di aprire la nostra casa di famiglia qui nel quartiere della Vittoria a Roma - afferma Marco Manetti - perché è quella che ci rappresenta entrambi e dove siamo cresciuti insieme. Le case che mio fratello Antonio ed io abitiamo sono molto diverse tra loro per stile e stili di vita. Qui è dove siamo nati e dove abbiamo respirato fin da piccoli un'atmosfera artistica e molto stimolante".
La storia stessa dello stabile è interessante: il rione nasce nei primi anni del '900 come quartiere popolare e nel tempo alcuni edifici vengono destinati agli studi degli artisti. Sono spazi pensati per accogliere atelier, quindi dotati di finestre grandissime e soffitti molto alti. "Noi vivevamo nel grande atelier, circondati dai quadri che mio padre - che era restauratore di dipinti laureato all'Accademia dell'Arte, ma anche scenografico, scultore e pittore -  restaurava e dipingeva. La zona del soppalco, realizzato sempre su idea sua prima ancora che nascessimo, era occupata dalle stanze da letto. Era nostro padre che progettava e ristrutturava... e cambiava tutto in continuazione. E infatti negli anni il soppalco diventò il suo studio e la zona sottostante la casa vera e propria".
Il contesto in cui si sono formati i Manetti Bros è ancora evidente in ogni angolo, interamente tappezzato di opere d'arte e ricco di sculture e piccole scenografie. "Sono tutte opere realizzate da papà - raccontano - Con la mamma fondarono e gestirono anche un teatro, il teatro dei Cocci, sperimentale, d'avanguardia dedicato ai ragazzi. Un teatro un po' surreale, molto moderno e molto visivo. Nostra madre pensava gli spettacoli e papà metteva in scena dei "quadri che si costruivano" più che delle vere e proprie storie".

Avete quindi respirato fin da piccoli l'atmosfera artistica, questa casa è stata luogo di incontri e fucina di artisti per decenni. Il contesto in cui avete vissuto ha influito sulle vostre scelte di adulti?
Schermata 2018-12-21 alle 10.13.07Penso proprio di sì. - risponde Marco - Venendo da una famiglia che già apparteneva a questo mondo, la scelta è stata più che naturale. Dirò di più, essendo vissuti in un ambiente così, non ci sentiamo nemmeno di aver fatto grandi scelte. Io poi mi sono sempre sentito regista, è sempre stato ovvio sin da piccolo che avrei fatto di tutto per diventarlo. E quindi dopo la scuola ho iniziato la gavetta. Non così Antonio, almeno non nei prossimi anni. Ricordo però quando tutto è cominciato. Tornando a Roma da un viaggio di lavoro come aiuto regista, scoprì che Antonio aveva scritto un cortometraggio, dimostrando per la prima volta anche lui interesse per questa strada. Da qui l'idea di realizzarlo insieme e da quel momento nacquero i Manetti Bros".
"Purtroppo papà è mancato un paio di anni fa - proseguono - ma questa casa rappresenta per noi e per le nostre famiglie un cardine molto importante e la storia continua. Nostra madre, sin da quando eravamo ragazzini, ci ha sempre detto che il suo mito era Elton John, perché si portava sempre la mamma con sé alle tournée. Ora che non c'è più papà, noi la accontentiamo e emulando la sua rockstar preferita la portiamo con noi nel nostro lavoro. Recentemente abbiamo vissuto insieme cinque mesi a Bologna per girare Coliandro. E lei ha lasciato le chiavi ai nipoti che, ben felici, continuano a vivere quella casa anche in sua assenza. E il filo non si spezza".

Scheda progetto
Foto di Serena Eller/Vega Mg

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