Ugo La Pietra e la sua casa, un palcoscenico di storie da narrare

La casa-studio milanese di Ugo La Pietra, artista poliedrico che vive accanto a pezzi unici che sono anche gli oggetti del suo cuore

«Vorrei fare un film nella mia casa: io mi aggiro tra tutti gli oggetti che compongono il mio mondo, passo davanti a loro e al mio tocco inizio il racconto di ciascuno, faccio rivivere ad ognuno la sua storia: da dove proviene, chi me l’ha donato o dove l’ho trovato… forse durerebbe troppo tempo e poi chi lo andrebbe a vedere»?
Un sogno di Ugo La Pietra per raccontare la sua casa a Milano, palcoscenico della vita di un artista che ha attraversato le arti visive in modo trasversale, parallelo, longitudinale, insomma in tutti i modi possibili. Architetto, designer, pittore, musicista, ideatore di arredi e soluzioni abitative, scrittore, esploratore della città, Ugo La Pietra ha percorso, con un pensiero libero, tutti i campi che si è trovato a indagare.

La prima cosa che mi sento di chiederti, anche se può sembrare banale: come ti definisci in questa grande poliedricità che è la tua vita?
Per sgombrare il campo, io sono un ricercatore delle arti visive, una definizione ampia. Per essere più precisi, mi sento un artista che si è collocato all’interno di un’area molto più vasta di quella in cui gli artisti si collocano di volta in volta. Mi sono mosso all’interno di varie discipline; le mie ricerche sulla casa, nel campo del design, dell’architettura, dell’arredo domestico, sono esperienze che hanno una forte componente estetica, artistica. Ora, dopo tanti anni i progetti, i disegni, il mio pensiero sono considerati opere d’arte e hanno anche un valore… (sorride).

Quali sono le caratteristiche che privilegi nella scelta delle tue case?
Negli anni 70 la mia casa era in via Solferino, a Brera, nel pieno della vita del quartiere allora noto per essere il centro artistico della città. Ora, ahimè, non lo è più. Era una casa con la stessa impostazione di questa, una vecchia dimora dei primi '900, dove già era importante per me la presenza dei miei quadri, le sculture, i miei oggetti di affezione. Questa, come quella di prima, è una casa dove non esistevano ancora grandi spazi ma solo piccole stanze che si susseguivano a destra e sinistra di un lungo corridoio. Per realizzare questo soggiorno ho demolito i muri di tre piccole stanze più il corridoio. Nient’altro.
Mi piace abitare in case con un loro carattere. Se fosse una casa più anonima mi sarebbe venuta voglia di darle una fisionomia, queste case la fisionomia ce l’hanno già, le finestre, le porte, i pavimenti. Io non amo fare grandi interventi. Bastano poche modifiche solo per renderle più agevoli, più comode, ma senza stravolgere le loro caratteristiche che mi piacciono molto.

Tutto o quasi nella tua casa racconta la tua storia: con chi la condividi?
Non è solo una casa, è anche un luogo di lavoro. Qui ha sempre lavorato anche Aurelia, mia moglie, una grafica che progetta e realizza copertine per case editrici (Bompiani, Fabbri, ecc.). Lavora per sé ma insieme abbiamo anche realizzato libri e cataloghi. Questa è una casa dove si è sempre lavorato. Non è una casa solo per abitare, mangiare, bere, dormire, ma anche per lavorare, pensare, fare tante cose. Io lavoro dovunque. Dove mi trovo lavoro. Ho altre tre case: a Filicudi, a Sestri Levante e una casetta in affitto sull’Adda. Quello che io ho prodotto nella mia vita l’ho realizzato in questi luoghi sparsi, dove stavo, lavoravo. La gente si chiede come ho fatto a progettare e realizzare tante cose. Io lavoro sempre (e mentre parliamo con un pennarello sottile disegna sui foglietti di un piccolo taccuino… chissà cosa diventeranno!).

E qui abiti da tanto tempo e ci stai bene, non andresti a cercare un altro luogo dove vivere?
Quando sono arrivato in questa casa nel ’79 il quartiere era molto diverso, questa zona di Milano mi sembrava una buona alternativa a Brera. Ora purtroppo il quartiere è molto cambiato, siamo assediati dai tir cinesi di Chinatown, che ingombrano le strade e scaricano merce dozzinale, di poco valore. Per me che amo i pezzi “fatti ad arte” è quasi un affronto vedere questo pezzo di città che ho tanto amato trasformarsi in un porto di scambio di merce all’ingrosso.

Se vuoi puoi rifugiarti anche nel grande studio nel seminterrato…
Ho uno studio-archivio anche nella corte, dove ho raccolto una buona parte delle mie opere, e dove lavorano un paio di ragazzi, uno spazio pieno di roba, ma lo studio qui in casa, in fondo al corridoio, nella parte della casa dove non è stato fatto nessun cambiamento, è rimasto identico da quasi 40 anni! È il posto dove sto meglio: lavoro, penso, scrivo, disegno.

In questa isola felice ti sei circondato di tutti i pezzi che hai disegnato per le aziende o per le mostre che hai curato.
Ho disegnato molte cose ma poche sono entrate in produzione: questa libreria per Poggi è stata prodotta per qualche anno, poi le poltrone e i tavolini di Busnelli. Tutto il resto sono pezzi unici, che sono rimasti con me dopo le esposizioni, quando curavo a Verona "Abitare il Tempo", per esempio. Qui c’è tutta la mia vita, oggetti che hanno un valore per ciò che rappresentano: potrei scrivere, fare un film o pubblicare un libro, una didascalia per ogni oggetto, un racconto… sarebbe un film troppo lungo o un libro interminabile. Tutte le cose che sono qui non lo sono per caso, hanno una storia; quando le guardo mi soggiunge un ricordo, c’è un affetto per ciascuna di loro, legato a persone o viaggi, ecco il pregio e il valore degli oggetti che ci circondano…

Se dovessi portare via un solo oggetto della tua casa quale sceglieresti?
La foto di mia mamma, è la cosa più preziosa che ho.

Camminando nel corridoio che porta al suo studio, Ugo La Pietra mi mostra una foto, un ritratto, il primo piano di una signora con una folta massa di capelli bianchi che, anche a cento anni, aveva ancora uno sguardo curioso e pieno di vita.

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