Giulio Iacchetti e la sua casa-bottega

Siamo entrati nella dimora milanese del designer, che ci ha parlato delle sue scelte abitative e stilistiche, dettate da una famiglia costantemente “in progress”

Entrare in casa di Giulio Iacchetti è un po' come entrare nel mondo dei suoi oggetti, semplici, utili e intelligenti.  Nulla di ostentato, nulla di eccessivo.
Una zona milanese non ”trendy”, un portone che si affaccia su un viale di grande scorrimento, nella zona sud di Milano vicino ai Navigli. Un grande ingresso in acciottolato rimasto invariato nel tempo. Dal passo carraio in granito si entra nella corte di una casa di ringhiera. Un cancello di ferro grigio, segno di una preesistenza artigiana, come in molte case di questi quartieri vicino al Naviglio, dove i piani terra erano destinati a opifici, a laboratori. La proprietà è a forma di C lungo la quale si susseguono 90 mq di studio e 110 di abitazione.

Giulio Iacchetti con la moglie Silvia

Prima venne lo studio, un ex laboratorio di pellami, poi la casa a completare le due ali della C mancanti. Lo studio, molto luminoso, ha un grande tavolo intorno al quale ragazzi intenti a lavorare sorridono e salutano con simpatia. Dallo studio alla casa il passo è breve, solo un piccolo cortile. Giulio Iacchetti, da sempre attento all’evoluzione del rapporto tra realtà artigiana e design, nel novembre 2012 ha lanciato Internoitaliano, la “fabbrica diffusa” fatta di tanti laboratori artigiani con i quali firma e produce arredi e complementi ispirati al fare e al modo di abitare italiani. Nella sua carriera ha disegnato di tutto, piccoli e geniali oggetti, come il moscardino, progettato con l’amico Matteo Ragni, che ha vinto il prestigioso Compasso d’Oro; poi accessori per la casa, oggetti che “risolvono”, non solo belli ma che semplificano la vita; tavoli, librerie, divani e altro ancora, una carrellata di grande design. Nella sua casa si respira un’atmosfera famigliare, comoda, calda, piena di luce.

Perché hai scelto questa soluzione “casa e bottega”? Non sono due momenti della giornata che sarebbe preferibile tenere separati?
Lo studio che vedi ora è stato il primo passo, poi si è presentata l’occasione di acquistare anche il laboratorio di un fabbro che era attiguo e che consentiva di affacciarsi su questo piccolo giardino. Non abbiamo avuto dubbi. Prima eravamo solo mia moglie ed io, poi è arrivato Tito e poco dopo Zoe. I cambiamenti sono stati inevitabili; l’arrivo di Amos, il terzo figlio, ha contribuito a un'ulteriore modifica per creare una stanza in più. Partiti con l’idea di una stanza per un ipotetico figlio ora ci troviamo con una casa che rispecchia il nostro stato di famiglia costantemente in progress.

Per te è una bella opportunità aprire una porta e passare dal lavoro alla famiglia?
Si, sono convinto che la qualità della vita sia da mettere al primo posto, e sapere di poter vivere con i bambini in ogni momento attraversando semplicemente il cortile è una grande comodità, un privilegio.

Parliamo della casa. Tempi, permessi, progetto… chi si è occupato di questa fase?
Abbiamo scelto di delegare il progetto a Silvia Monaco, architetto e amica che stimo molto.
Ci serviva qualcuno che mediasse tra me e mia moglie per scelte che, si sa, spesso sono fonte di grandi discussioni. L’architetto come psicologo che capisce le esigenze, mette ordine alle nostre idee ma poi si assume l’onere delle scelte definitive evitando dibattiti che possono diventare eterne.  Poi è intervenuto un altro amico architetto, Davide Colacci, che ha progettato le ultime variazioni all’arrivo del terzo figlio. Con Davide lavoro per gli allestimenti di InternoItaliano.

I permessi e i tempi?
Siamo stati molto rispettosi delle facciate per non incorrere in problemi con la sovraintendenza … siamo in zona Navigli! Sono stati semplicemente presentati il progetto e il cambio di destinazione da laboratorio a spazio abitativo. I lavori sono durati circa un anno.

Questa si avvicina all’idea della tua casa ideale?
Assolutamente sì. Io soffro di vertigini e mi piace stare con i piedi per terra, (anche la casa precedente era al pianterreno) e poi il giardino, a Milano, la rende davvero insostituibile.

La tua è una casa allegra, gioiosa. Cosa ne pensi, ti sembra che ti corrisponda o tutta la tua famiglia ha contribuito a darle quest’aria?
Questo spazio è molto influenzato dagli oggetti; io non ho nessuna idea degli spazi e non so progettarli. Vado un po’ al contrario. Penso che gli oggetti se sono buoni e potenti, sappiano creare intorno a sé lo spazio. Nello spazio vuoto, bianco con pochissimi quadri, gli oggetti diventano importanti, una specie di radiotrasmittente di segnali, anche nel rapporto tra di loro; danno l’indicazione dello spazio. Sono pezzi della mia vita, che mi seguono da sempre. Prima abitavo da solo, poi quando è arrivata Silvia, mia moglie, certe cose le abbiamo scelte insieme, altre sono sempre state con me.

C’è qualcosa che non ti soddisfa appieno nelle scelte che avete fatto?
La situazione è sempre in evoluzione, abbiamo accettato questa nostra insoddisfazione permanente e sappiamo che si modificherà ancora. Gli spazi sono un po’ come i vestiti, si modificano con il continuo evolversi della nostra vita. Anche i bambini partecipano a questi cambiamenti.

Tutto ciò influenza anche la tua vita professionale?
Direi proprio di sì. Il divano che ho progettato quest’anno per il Salone del mobile per InternoItaliano, è nato osservando i bambini, i loro movimenti. Un divano è una specie di regno che si modifica in mille modi, si tolgono i materassi, diventa un castello o un’isola, è un momento di espansione della creatività.

Quale è il tuo posto preferito della casa?
Non c’è un luogo, direi il silenzio, un libro e un tetto. A volte mi sembra di essere un nomade a casa mia: i bambini vengono nel mio letto, mi devo spostare, poi arriva il più piccolo e mi devo ancora trasferire sul divano… Mi pare di non avere un posto mio!

Di cosa vorresti liberarti e di cosa non puoi fare a meno?
Riesco a fatica a buttare via qualcosa, ci sono troppi legami tra me e gli oggetti che mi circondano. A volte vorrei fare ordine, ma anche solo pensare di staccarmi da un libro, anche se so che non lo leggerò mai, mi costa troppo. Tutto ciò che mi circonda ha per me un grande valore. Vivo poco il problema del superfluo. Il mio pezzo preferito? Proprio per le sue caratteristiche progettuali è il “Portafinestra” di Luca Meda per Molteni, un mobile raro, bello, lombardo, classico, un pezzo misconosciuto che ho faticato a trovare e che amo molto.

 

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